Hai presente quando non riesci più a capire dove finisci tu e dove iniziano gli altri? Quella condizione per cui sei sempre presente per loro, ma poco o niente per te stessa?
C’è stato un tempo in cui non sapevo dove finivo io, fino a dove era giusto per me spingermi per gli altri e dove questo “altruismo” diventava una condanna. E, nel frattempo, il mio corpo parlava piano, la frustrazione cresceva e dentro sentivo di voler solo sparire, semplicemente, un altro luogo, un altro Stato, un’altra vita, chissà…
Invece correvo e continuavo a dire tanti sì anche quando dentro intuivo che doveva essere un sonoro no. Non parlo solo di grandi cose o grandi scelte, parlo anche di quei piccoli casi in cui, in fondo, non mi andava di esserci o di fare.
Mi fermavo solo quando ero esausta. E quando finalmente mi concedevo una pausa, arrivava lui: il senso di colpa. Quella sensazione interiore che ti spinge a dare ancora un granello in più di te stessa perché, altrimenti, ti fa sentire inadeguata.
Non era mancanza di forza, di quella ce n’era più che abbastanza (magari ce ne fosse stata meno). Era mancanza di confini.
Questo articolo nasce da lì, non da pura teoria, ma da un’esperienza incarnata che ho vissuto anni fa e che riscontro nelle donne che incontro.
Ma il confine non è un muro
Quando sentiamo parlare di confini, spesso immaginiamo barriere: qualcosa che separa, che allontana, ma il confine nel corpo non è un muro, è una soglia viva e necessaria.
Come la riva tra mare e terra, come la pelle che protegge, sente, regola.
Il problema non è avere confini, il problema è quando sono troppo chiusi o troppo aperti.
Quando il confine si chiude
Ci sono fasi della vita in cui il corpo si irrigidisce per proteggersi, succede quando siamo state ferite, quando fidarsi è costato troppo e abbiamo sofferto tanto.
Ho abitato anche questo spazio e il controllo era sicurezza; la distanza, protezione; il corpo era sempre un po’ contratto; la mascella serrata.
A quel tempo dire no era facile, il confine era un muro, certo mi capitava di sentirmi sola, il prezzo da pagare per sentirmi protetta. Ma quello non era un confine sano, era un muro.
E un muro così a lungo andare non nutre.
Quando il confine si apre troppo
Poi c’è l’altro lato della medaglia, quello che molte donne conoscono intimamente. È il confine che si dissolve ed è quello spazio, atteggiamento, in cui ti prendi carico delle emozioni altrui e pensi che sia giusto così, che se non lo fai tu che sei così “forte” chi può farlo… nessuno, solo tu.
E quindi resti anche quando il corpo vorrebbe andare, ti adatti, resisti, fai l’equilibrista in una vita piena di responsabilità altrui.
Come una porta spalancata durante una tempesta, entra di tutto, il corpo non riposa mai, sei sempre in allerta, pronta e la mente va in tilt.
In questi casi non manca la sensibilità, manca una soglia chiara e una buona dose di umiltà. Mi spiego: pecchiamo spesso di presunzione convinte che “solo noi”… la realtà è che anche senza di noi il mondo, la famiglia, la casa sopravvivono e questa è la condizione per mettere il famoso “confine sacro” senza sentirci in colpa.
Perché, come insegna lo yoga, quando il confine interno è confuso, il mondo esterno lo riflette:
- le relazioni diventano sbilanciate
- dire no sembra pericoloso
- fermarsi genera colpa
- il corpo si stanca prima della mente
- il sistema nervoso non riconosce più la sicurezza.
Una visione yogica del confine
Nello yoga il confine non è un’idea, è una percezione che vive nella pelle,
nel respiro, nel tono muscolare, nella capacità di restare presenti senza irrigidirsi o collassare.
Quando questa soglia è chiara il no non ha bisogno di spiegazioni, il sì non è una forzatura, la pausa diventa regolazione non solo sul tappetino, ma anche e soprattutto nella vita di tutti i giorni.
Praticare yoga per i confini corporei non vuol dire yoga performativo, non è spingere, è ascoltare il primo segnale, non l’ultimo. È stare nel punto in cui potresti andare oltre… ma scegli di restare quel millimetro prima perchè ti ascolti e sai che il millimetro dopo potrebbe farti male.
In questo tipo di pratica impari a riconoscere quando il corpo dice sì, senti quando sta dicendo no, smetti di reggere ciò che non ti appartiene.
Il confine non viene imposto, viene sentito.
Lo yoga somatico lavora in questo modo: non corregge, non forza, non chiede di capire. Ti invita a percepire, a rallentare, a lasciare che il sistema nervoso torni a fidarsi. Il cambiamento non è immediato, ma è stabile perché nasce dalcorpo.
Storie dal corpo: quando il confine torna vivo
Durante il lavoro con le mie allieve ho visto il confine riemergere, ogni volta in modo diverso. Non come qualcosa da imparare, ma come qualcosa da ricordare nel corpo.
Qualche mese fa ho lavorato con una donna che non riusciva più a sentirsi.
Era sempre presente per gli altri: razionale, tutto sotto il suo controllo, la cosa funzionava pure… peccato che dentro si era spenta, intrappolata in un ruolo che conosceva bene: tenere tutto insieme, non disturbare (o farlo il meno possibile), non crollare.
Il corpo era rigido, rispecchiava per filo e per segno la sua struttura mentale e emotiva, il sentire anestetizzato, il “no” impossibile da dire senza colpa.
Nel nostro lavoro insieme non siamo partite dalla mente, ma dal corpo, dal respiro, dal bacino, da quel punto in cui il corpo aveva smesso di sentirsi al sicuro.
Abbiamo lavorato sull’elemento Acqua, per sciogliere l’emotività trattenuta, sul terzo chakra per restituire confine e direzione. Senza forzature, niente “devi lasciar andare”, solo ascolto in uno spazio sicuro.
La svolta non è arrivata in modo eclatante, si è presentata in un momento semplice, quasi invisibile. Quando ha sentito che poteva restare nel corpo
senza spiegarsi, controllarsi, giustificarsi lo ha fatto.
Nel giro di poche settimane:
– ha ricominciato a sentire piacere nel muoversi
– ha detto il suo primo “no” senza sensi di colpa
– ha preso decisioni che rimandava da anni
Non era diventata più forte, aveva finalmente sentito il suo confine.
Ed è questo che vedo accadere ogni volta che il lavoro è quello giusto, nel momento giusto. Perché senza confini anche il lavoro più profondopuò diventare fatica.
Quando il confine torna vivo nel corpo, la vita fuori inizia ad assomigliargli.
Il Confine Sacro
Dalla mia esperienza e dai casi delle tante donne che ho seguito in individuale e in gruppo è nato un ciclo di incontri, chiamarli workshop è un po’ riduttivo quindi mi piace pensarli come soglie perchè davvero basta un passo per essere dall’altro lato, in una vita che inizia a rispecchiarti di più. È una scelta.
Il primo di questi workshop è “Il confine sacro”, uno spazio in cui il corpo torna a casa, il sistema nervoso trova equilibrio, il confine diventa vivo, la pausa smette di essere una colpa.
Il 31 gennaio non costruiamo muri, ristabiliamo confini che respirano.
Se mentre leggi senti anche solo un piccolo sì nel corpo non ignorarlo.
A volte il vero inizio non è fare di più, è fermarsi sulla soglia giusta.
PER MAGGIORI INFORMAZIONI E PRENOTAZIONE SCRIVIMI SU WHATSAPP AL 3408774290
Ti lascio le informazioni pratiche
📍 Studio Yoga’n’Soul – Roccacasale
🗓 Sabato 31 gennaio 2026 – ore 15:30
👥 Posti limitati: 10
📌 In presenza / Online
